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Ott
11
2011

Libri - MTBexplorer

libri

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Fabio MTBexplorer

“Viaggiare è un’esperienza che si fa bene da soli. Il problema è scegliere con chi essere soli. In questo, come in tante altre cose, io sono stato fortunato perché ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo senza chiedere nulla.”

Tiziano Terzani – introduzione a Peter Levi “Il giardino luminoso del re angelo”

La parte più pesante del mio bagaglio sono sempre stati i libri, quanto ho sofferto per trasportarli, quanta passione, li conservo ancora con i segni delle intemperie e dell’usura, per alcuni ho provato un amore viscerale e mai come in viaggio, da solo con me stesso, sono riuscito a trovare il tempo per leggere, magari soggiornando in una valle sperduta o in una pampa desolata … un sera mi sono ritrovato obbligato a sostare in una piccola cittadina messicana il cui unico albergo era in una zona a luci rosse (… e forse l’albergo stesso era un bordello), ricordo ancora il calore che provai rifugiandomi nella lettura della storia di Emiliano Zapata e della sua rivoluzione mentre fuori i machos ubriachi s’intrattenevano con risse e marchette, mi serviva la conferma che quel popolo che in quel momento mi sembrava così squallido era invece capace di grandiosi slanci di solidarietà e dignità … invece  una notte in una cittadina alle pendici dell’Atlante marocchino, dove inizia il Sahara, avevo la febbre alta con brividi che mi percorrevano tutto il corpo e, non riuscendo a dormire, ricordo che mi spaventavo leggendo “il te nel deserto” di Bowles che descriveva i medesimi sintomi nell’epidemia di una terribile malattia, oscura protagonista del romanzo … la mattina, quando l’aria secca e fine inondò la stanza insieme con la luminosità accecante del sole  mi sembrava di risorgere da un meraviglioso incubo …

La mia passione per la lettura mi ha indotto a creare questa pagina con il quale condividere quel sapore quieto e discreto di un libro durante un viaggio o, nel sognarlo e nel programmarlo, il viaggio …

Ecco, quindi, alcuni dei miei compagni di viaggio:

(1) Albert Camus

“Anche il cielo è in panna con tutte le sue stelle , come quei piroscafi  coperti di luci che a quest’ora in tutto il mondo rischiarano le acque buie dei porti. Spazio e silenzio mi pesano sul cuore come un peso solo. Un brusco amore, una grande opera, un atto decisivo, un pensiero che trasfigura, in certi momenti danno la stessa intollerabile ansia, e al tempo stesso posseggono un ‘attrattiva irresistibile. Deliziosa angoscia di essere …. Di nuovo senza tregua, corriamo alla nostra perdita … in alto mare ho sempre avuto l’impressione di vivere, minacciato, nel cuore di una felicità da Re.”

(2) Bruce Chatwin

“… non voleva andarsene senza un commento sulle sue motivazioni interiori. Allora, lentamente e con grande serietà, disse: «É come se ti trascinasse la corrente. Io sono come la sterna artica, eccellenza. È un uccello, un bell’uccello bianco che dal Polo Nord vola al Polo Sud e poi torna indietro.»”

"…ogni volta che tornavo in quell’africa e vedevo una carovana di cammelli, una fila di tende bianche o un solo turbante blu in lontananza nella caligine infuocata, sapevo che il paradiso, checchè ne dicessero i Persiani non è mai stato un giardino ma una distesa di biancospini."

"Come regola biologica generale, le specie migratorie sono meno «aggressive»  di quelle sedentarie … la migrazione, come il pellegrinaggio, è di per se stessa il duro cammino: un itinerario «livellatore»  in cui i più forti sopravvivono e gli altri cadono lungo la strada. Il viaggio perciò vanifica il bisogno di gerarchia e di sfoggi di potere. Nel regno animale i «dittatori»  sono quelli che vivono in un ambiente di abbondanza. I «briganti»  sono, come sempre, gli anarchici."

“La storia di Buenos Aires era scritta nel suo elenco telefonico. Pompey Romanov, Emilio Rommel, Crespina D.Z. de Rose, Ladislao Radziwil ed Elisabeta Marta Callman de Rpthschild – cinque nomi scelti a caso sotto la R – raccontavano una storia di esilio, delusioni e ansie nascosta dietro una cortina di merletti.”

“Non c’era nulla, nella usa indole, che lo rendesse adatto a vivere nella bolgia di una periferia anglosassone, né a fare un lavoro convenzionale. La faccia un po’ piatta, il sorriso gentile, attraversava i luminosi spazi australiani con la disinvoltura dei suoi antenati erranti … nel bush era un camminatore instancabile. Prendeva una borraccia e quattro cose da mangiare e se ne partiva per giri di cento miglia sui Ranges. Tornato a casa, al riparo dal caldo e dalla luce, tirava le tende e suonava il clavicembalo Buxtehude e Bach. Le loro progressioni ordinate, diceva, s’intonavano ai profili dei paesaggi dell’Australia centrale. «L’Australia è il paese dei figli perduti».”

(3) Francisco Coloane

“Di notte la sinfonia del vento e del mare assume la tonalità della voce umana, dalla risata fino al pianto, tutta la musica delle orchestre, e per giunta, alcuni sordi mormorii, lamenti lontani e laceranti, voci che lambiscono le onde. Questi due grandiosi elementi, il mare e il vento, sembrano farsi piccoli per imitare il latrare dei cani, miagolii di gatti, confuse parole di bambini, donne e uomini, che costringono a ricordare le anime dei naufraghi.”

“Tutti i nomi di quelle regioni ricordano qualche storia tragica e cruda: La Piedra del finado Juan, Isla del Diablo, Bahìa Desolada, El Muerto eccetera, e la lista s’interrompe soltanto grazie alla sobrietà dei nomi che vennero dati da Fitzroy e dai marinai del veliero francese Romanche, i primi a tracciare le mappe delle regioni flagellate dai venti impetuosi di oceani Pacifico e Atlantico che si congiungono laggiù.”

“Non aveva mai provato ,così intensa come quel mattino, la sensazione di ebbrezza vitale che veniva dalla prateria, dal cielo azzurro e luminoso, dal sole splendente … si sentì attratto da quella terra, chi vi è nato, o ci ha vissuto a lungo, torna sempre laggiù a far riposare le sue ossa al termine dell’esistenza.”

(4) Henry David Thoreau

“l'anatra selvatica e' più veloce e più bella dell'anatra domestica, e ugualmente può dirsi del pensiero libero che, come l'anatra selvatica, al calar della rugiada si leva alto sopra la palude.”

(5) Hernan Rivera Letelier

“Quell’aroma mescolato all’odore denso e intenso della dinamite che la riporta ai tempi perduti della sua infanzia, quando suo padre, e in seguito il suo primo uomo entrambi minatori con tanto di mazza e piccone, rientravano dalle salnitri ere cadaverici per la stanchezza, con la pampa che si riverberava nei loro occhi acquosi e la tarantola del sole orribilmente conficcata sulle loro fronti: torrido tatuaggio di fuoco che continuava a bruciarli anche nel freddo glaciale delle notti.”

“… in tutta la vita non era mai andata oltre quella tremante cerchia di orizzonti puliti che, azzurrini e lontani, circondavano il deserto. E anche se più di una volta era scesa al porto, era rimasta meravigliata a vedere gli alti edifici e l’abbondanza di insegna luminose e si era sentita sopraffatta di paura davanti a quell’altra pampa infinita che è il mare, tuttavia nemmeno per questo la Regina Isabel avrebbe mai cambiato la sua fottuta pampa. Non avrebbe cambiato la sua pampa del cazzo con nessun altro posto al mondo. Perché in mezzo all’arsura della pampa la Regina Isabel si sentiva meglio di un marinaio in alto mare. E perché i sensi della Regina Isabel si erano completamente adattati alla nudità lunare di questi paraggi abbandonati in cui l’unico fiore è l’ombra della pietra, in cui le bianche distese infinite hanno il silenzio di un pianeta e la solitudine è sottolineata all’improvviso, dolorosamente, dal volo scuro di una rondine assetata, dal prodigio inatteso di una farfalla arancione, dalla visione allucinante di una volpe rabbiosa che solca la fredda brina dell’inverno o dalla traiettoria rapida e nervosa dell’ineluttabile lucertola cangiante.”

(6) Paolo Rumiz

“Per il viaggiatore lento il viaggio continua anche di notte. La bici è una macchina dei pensieri, lavora ventiquattro ore su venti quattro. Anche il sogno è “on the road”. Vedi montagne temporali, grilli bambini, discese nel vento, nuvole fiumi, ponti nebbie abbaiare di cani. È l’andare delle gambe che diventa moto perpetuo. La mente è lì che lavora, ma il corpo se ne va per conto suo, inghiottito in un abisso, in un sonno assoluto. Per descriverlo, la Mittleeuropa ha parole più efficaci dell’italiano. Spavati, schaflen. Contengono tutta la pesantezza animale della fatica.”

“… tandem generazionale, strumento di conoscenza, riconquista della lentezza, passaporto per una clandestinità nuova, perfino macchina sovversiva. Hanno ribaltato la percezione della distanza, della durata e dell’andatura, la capacità di guardare e gustare, la dimensione acustica, olfattiva e persino onirica del viaggio. Sono state macchina da presa, rosario di orazioni, miscelatore d’immagini e memorie, fabbrica di pensieri straordinari. A ben guardare, le due ruote leggere sono state anche strumento di penitenza, riscoperta della fatica e del silenzio. Si sono rivelate infine un attrezzo rivoluzionario, perché annullano le gerarchie, semplificano i bisogni, rivendicano un accesso più umano al territorio.”

(7) Joseph Conrad

“… tu pure gusterai il sapore di questa pace e di questa inquietudine in un’ansiosa intimità con te stesso, oscuro come noi fummo oscuri, eppure sovrano di fronte ai venti e ai mari, in un ‘immensità che non riceve impronta, che non osserva memorie, che non di cura di vite umane.”

“Tutto era perfettamente immobile. Se l’aria si era fatta nera, il mare sembrava diventato solido. Inutile guardarsi in giro per scoprire un segno, per prevedere l’avvicinarsi del momento fatale. Quando fosse stato il tempo, le tenebre avrebbero sommerso silenziosamente quella poca luce stellare che ancora cadeva sul bastimento, e la fine di tutte le cose sarebbe giunta senza un sospiro, senza un fremito, senza un mormorio e tutti i nostri cuori avrebbero cessato di battere come pendole stanche. Impossibile scacciare quel senso di fine. La quiete che mi sovrastava aveva già il sapore del nulla. Mi dava una specie di conforto , come se la mia anima si fosse ad un tratto riconciliata con un‘eterna e cieca immobilità.”

(8) Peter Levi

“Il rumore denso e leggero degli alberi e quello pesante dell’acqua non cessavano mai, e questi due suoni coloravano la valle di tinte leggere e pesanti. Le colline sembravano verdi mucchi di polvere sottile con imprecisi affioramenti rocciosi e una luce dorata. Il mattino e la sera erano semplici come lo sono a parole; ogni mattino gli alberi riacquistavano il loro colore fresco dall’acqua e il loro suono dal vento … il tramonto era un ‘affermazione chiara: giallo su azzurro, poi albicocca, poi il colore di una fetta di lime nel tè verde, che sfumava in blu uovo d’anatra e infine il buio. Ogni tanto, di notte, il tempo cambiava, e al risveglio il cielo sembrava un pavimento di nuvole con buchi azzurri come squarci in un ponte, quindi si schiariva a partire dal centro … l’aspetto mattutino del villaggio era molto sobrio; attingevamo l’acqua da una sorgente limpida e freddissima, un filo liquido tra i massi sotto il ponte; nei campi cresceva un tanaceto polveroso e giallo; ricordo di aver pensato che non saremmo mai più stati così lontano dal mondo in tutta la nostra vita  … e la gente del posto ci disse che quella era la via naturale per chi andava a piedi o a cavallo il Wakhan, il Sinkiang e la Cina.”

“… da qualche parte Lawrence afferma di trarre “forza dalle profondità dell’universo”; Malcom Lowry dice invece che le stelle gli sono indifferenti, eccetto quando le osserva in compagnia di una particolare ragazza … le stelle per me significano … una sacra sabbia luminosa che suscita il senso d’intrusione nel linguaggio umano, e genera una sorta di sete personale di specificità.”

(9) Tiziano Terzani

“Disteso per terra guardo il cielo. Contro l’azzurro si muovono, leggere, le nuvole. Ne fisso una, la seguo, mi ci identifico. Presto divento una nuvola e, come quella nuvola, senza peso, senza pensieri, senza emozioni, senza desideri, senza resistenza, senza direzione mi lascio andare. Non ci sono sentieri da seguire, non una meta da raggiungere. Semplicemente vagare,aleggiare vuoto come una nuvola. E come la nuvola cambio forma, prendo tante forme, poi divento evanescente, mi disfaccio scompaio. La nuvola non c’è più. Resta solo la coscienza, libera senza legami una coscienza che si espande.”

“A un semaforo, aspettando il verde, mi colpì la scena al mezzanino dell’edificio: decine di uomini e donne nel riquadro di grandi finestre correvano, correvano, restando però lì dov’erano, sudati e paonazzi, rivolti verso la strada. Non era la prima volta che vedevo una palestra, ma l’immagine di tutti quei giovani che, finito l’orario d’ufficio, erano corsi a smaltire frustrazioni e grasso mi pareva riassumere tutto il senso di quella civiltà: correre per correre, andare per non arrivare da nessuna parte. Mi parve d’essere uno di quei tibetani della storia che mi raccontò il fratello del Dalai Lama. Nel 1950 una delegazione di monaci funzionari che non erano mai usciti dal Tibet venne invitata a Londra per discutere cosa l’Inghilterra poteva fare per il loro paese. Venivano da un mondo povero, primitivo ma bellissimo. Erano abituati a grandi spazi vuoti, una natura coloratissima e loro stessi erano colorati nelle loro tuniche, nei loro cappotti e berretti. A Londra furono ricevuti con grande cortesia e portati in giro a vedere la città. Un giorno, coi loro accompagnatori, i tibetani si ritrovarono nella metropolitana. Erano esterrefatti: tutta quella gente sotto terra! Uomini vestiti di nero, con la bombetta in testa, leggevano il giornale sulle scale mobili, la folla si accalcava nei corridoi correndo per salire sui treni in partenza; nessuno parlava a nessuno, nessuno sorrideva! Il capo dei tibetani si rivolse, pieno di compassione, all’accompagnatore inglese e gli chiese «Cosa possiamo fare per voi? ».”

(10) Jorge Luis Borges

“… qualcosa nella carne di Averroé, i cui antenati venivano dai deserti d’Arabia, era grato al fluire dell’acqua. In basso erano i giardini, l’orto; in basso, il Guadalquivir percorso da imbarcazioni e l’amata città di Cordova, non meno illustre di Baghdad o del Cairo, simile a un complesso e delicato strumento, e intorno si ampliava fino alle frontiere di Spagna, nella quale sono poche cose, ma dove ciascuna sembra starvi in modo sostanziale ed eterno.”

“… l’America subiva allora il fascino dell’Ovest. Al di là dei tramonti c’era l’oro del Nevada e della California. Al di là dei tramonti c’era la scure che abbatte i cedri, l’enorme faccia babilonica del bisonte, … i riti e l’ira dell’uomo rosso, l’aria limpida dei deserti, la sconfinata prateria, la terra essenziale la cui vicinanza accelera il battito del cuore come la vicinanza del mare.”

(11) Justin Hill

"… nei deserti non possono esserci le fate, ma soltanto gli spettri delle fate: spiriti severi ed eccessivi come il djinn oppure la tempesta del deserto … mentre camminavamo il cielo di mezzanotte sbiadì fino a diventare indaco e una fascia turchese incominciò a risplendere lungo l’orizzonte orientale, come l’interno di un palazzo turco … mentre figure ammantate procedevano nella direzione opposta, come personaggi del Vecchio Testamento che andavano e tornavano dagli inferi … "questa terra t’invita a sognare, non a parlare”.

(12) Louis Ferdinand Celine

“Avevi appena il tempo di vederli sparire gli uomini, i giorni e le cose in quella verzura, quel clima il caldo e le zanzare. Tutto ci finiva, era schifoso, a pezzi, a frasi, a membra, a rimpianti, a globuli, si perdevano al sole, fondevano nel torrente di luci e colori, e il gusto e il tempo insieme, tutto ci finiva. Non c’era che angoscia scintillante nell’aria.”

“… strade con i lampioni non ancora dipinti, tra lunghe facciate stillanti, le finestre pittate di cento piccoli stracci pendenti, le camicie dei poveri, ad ascoltare il rumorino del rifritto che crepita a mezzodì, uragano di grassi andati a male. Nel grande abbandono molle che circonda le città, là dove la menzogna del suo lusso viene a trasudare a finire in marciume, la città mostra a chi vuol vedere il suo gran deretano nelle casse dei rifiuti. Ci sono fabbriche che uno evita quando passeggia, che sanno di tutti gli odori, di quelli incredibili e dove l’aria intorno si rifiuta di puzzare di più. Lì vicino, ammuffisce il piccolo parco giochi, tra due alte ciminiere ineguali, i cavalli di legno dipinto sono troppo cari per chi li desidera, spesso per intere settimane, piccoli mocciosi rachitici, attirati, respinti e trattenuti al tempo stesso, tutti con le dita nel naso, dal loro abbandono, dalla povertà e dalla musica.
Tutto si traduce nello sforzo di allontanare la verità da quei luoghi che tornano a piangere senza tregua su tutti; si ha un bel fare, si ha un bel bere, anche del rosso, denso come l’inchiostro, il cielo resta quello che è laggiù, ben chiuso sopra, come una gran pozza per i fumi della periferia.”

“L’indolenza è quasi forte come la vita. La banalità della nuova farsa che bisogna recitare vi annienta e vi occorre tutto sommato ancora più vigliaccheria che coraggio per ricominciare. È questo l’esilio, l’estraneo, questa inesorabile osservazione dell’esistenza com’è davvero durante quelle poche ore lucide, eccezionali nella trama del tempo umano, in cui le abitudini del paese precedente vi abbandonano, senza che le altre, le nuove, vi abbiano ancora rincoglionito a sufficienza. Tutto in quei momenti viene ad aggiungersi alla vostra immonda miseria per forzarvi a scoprire le cose, la gente e l’avvenire così come sono, cioè degli scheletri, nient’altro che nullità, che bisognerà tuttavia amare, vezzeggiare, difendere, animare come se esistessero. Un altro paese, altra gente intorno a te, agitata in modo un po’ bizzarro, qualche piccola vanità in meno, dispersa, qualche orgoglio che non trova più la sua ragione, la sua menzogna, la sua eco familiare, e non occorre altro, la testa vi gira, e il dubbio vi attira, e l’infinito si spalanca solo per voi, un ridicolo piccolo infinito e voi ci cascate dentro …. Il viaggio è la ricerca di questo niente assoluto, di questa piccola vertigine da coglioni …”

“Nella stabilità disperante del calore … abbiamo visto squadernarsi a fior di pelle l’angosciante natura dei Bianchi, provocata, liberata, bella sguaiata insomma, la loro vera natura, proprio come in guerra. Stufa tropicale per istinti da rospo o da vipera che vengono a sbocciare al mese d’agosto, sui fianchi screpolati delle prigioni. Nel freddo dell’Europa, sotto i grigiori pudichi del Nord, si può solo, macelli a parte, sospettare la brulicante crudeltà dei nostri fratelli, ma il loro marciume invade la superficie appena li punzecchia la febbre ignobile dei Tropici. È allora che sbraghi da disperato e la maialaggine trionfa e ci ricopre per intero. È la confessione biologica. Quando il lavoro e il freddo non ti fanno più astringente, allentano un momento la morsa,si può scorgere dei Bianchi quel che si scopre su una spiaggia ridente, quando il mare si ritira: la verità, stagni dalle grevi puzze, granchi, carogne e stronzi.”

(13) Ryszard Kapuscinski

“… in realtà le case di quelle signore erano solo l’aspetto più morboso e kitsch dell’elemento chiave dell’America latina: l’onnipresente ed imperante barocco. Il barocco intenso non solo come stile artistico e letterario, ma anche come tendenza generale all’enfasi e all’sovrabbondanza. Tutto mi pareva eccessivo, teso a sorprendere e a schiacciare, come se intorno ci fossero persone con vista, udito e odorato deboli e ogni cosa dovesse rivestire forme smisurate solo per non andare perduta. La giungla, immensa (l’Amazzonia); le montagne, gigantesche (le Ande); la pianura, sconfinata (la pampa); il fiume, il più lungo del mondo (il Rio delle Amazzoni). Uomini e donne di tutte le razze e di tutte le sfumature di pelle: bianchi, rossi, neri, gialli, meticci, mulatti. Culture  d’ogni genere : india, anglosassone, spagnola, lusitana, francese, indiana, italiana e africana. Tendenze a partiti politici d’ogni forma e colore. Un eccesso di ricchezza e un eccesso di miseria. Gesti patetici e un linguaggio fiorito, sovrabbondante do aggettivi. Mercati, mercatini, bancarelle, vetrine zuppe di frutta, verdura, fiori, indumenti, stoviglie, utensili. E tutto che si moltiplicava e sgorgava senza posa sui banchi, tra le mani , con cento colori diversi che abbagliavano, contrastavano, esplodevano. Un mondo che non si lasciava attraversare con mente serena e cuore indifferente. Vi si procedeva a fatica, esausti e con un senso di smarrimento, lo stesso smarrimento che accompagna chi contempla gli affreschi di Diego Rivera … la realtà si intrecciava con la fantasia, la verità con il mito il realismo con la retorica.”

“L’unica cosa di cui ha bisogno è di scolarsi un bicchiere di vodka ogni mattina. Per salvarsi l’anima, dice lui. È dal tempo di guerra che L. governa i maiali e se ne sente sempre la puzza addosso: gli impregna i vestiti e perfino il corpo. Ma questo sarebbe il meno: il guaio è che gli impregna anche l’anima, per cui quel bicchiere gli è indispensabile, visto che adempie a una funzione metafisica. L. ama i maiali. È proprio tanto buffo che un uomo che ha attraversato la vita e conosciuto migliaia di persone finisca per preferire i maiali?”

“Pensavo all’atroce inutilità della sofferenza. L’amore lascia un segno: la nuova generazione che viene al mondo, il perpetuarsi della specie umana. Ma la sofferenza? Una parte così cospicua dell’esistenza umana, la più dolorosa e difficile, scorre via senza lasciare traccia. Se si potesse raccogliere l’energia dei patimenti subiti in questo luogo da milioni di persone per tradurla in forza creativa, si potrebbe trasformare il nostro pianeta in un giardino fiorito. Che resta invece? Navi dalle chiglie rugginose, torrette di guardia marcite, profondi fossati da cui un tempo si trasmette chissà che minerale grezzo. Un deserto morto, sinistro senza più un’anima: le colonne esauste sono già passate, svanite nella gelida nebbia perenne.”

(14) Manuel Vasquez Montalban

“Raddoppiare il numero di orecchie e l’intensità del silenzio … pensava a quanto sia suicida la lucidità, all’impossibilità di vivere senza attingere alla risorsa dell’autoinganno o dei piaceri immediati, un aperitivo, una schermaglia sessuale, un tramonto sulla cordigliera …”

“Ogni epoca costruisce le proprie rovine. Tra qualche anno tutte queste centrali nucleari avranno smesso di funzionare e saranno rovine contemporanee. Chissà se, visitandole, ci desteranno la stessa emozione che s prova a passeggiare ad Efeso o salendo la gradinata del teatro di Epidauro?”

(15) Sven Lindqvist

“Ricordi e sogni non accettano imposizioni. L’obiettivo  stesso sbarra la porta che si vorrebbe aprire. Solo lungo le vie secondarie e deviazioni si può raggiungere la meta. Molte volte ho sperimentato che un modo per avvicinarsi all’infanzia è di fare adesso ciò che si desiderava allora più ardentemente. Per quanto possa sembrare infantile e senza senso, a volte tento di fare quello che nell’impotenza della mia piccolezza avevo sognato.”

(16) Jack Kerouac

“… le università altro non sono che delle scuole di buone maniere per un anonimato piccolo borghese che normalmente trova la sua perfetta espressione oltre la cinta universitaria in file di case facoltose con prati e apparecchi televisivi in ogni salotto dove tutti guardano la stessa cosa e pensano la stessa cosa allo stesso momento mentre i Japhy del mondo intero vanno a esplorare le solitudini per sentire la voce che grida nel deserto, per ritrovare l'estasi delle stelle, per scoprire il buio misterioso segreto dell'origine di una piatta disincantata civiltà crapulona. "Tutta questa gente" diceva Japhy "hanno tutti gabinetti a mattonelle bianche e fanno sporchi stronzi grossi come quelli degli orsi di montagna, ma tutto viene spazzato via in razionali fogne supercontrollate e nessuno pensa più agli stronzi nè si rende conto che la sua origine è merda e fetore e rifiuto del mare. Passano tutta la giornata a lavarsi le mani con saponi cremosi che sognano in segreto di mangiare nel bagno.”

“… ero immensamente soddisfatto di quel certo aspetto immortale che aveva il sentiero, ora nel primo pomeriggio, di come il fianco erboso della collina pareva annebbiato da antica polvere d’oro mentre gli insetti saettavano sui sassi e il vento sospirava in tremule danze sulle pietre infuocate, e di come il sentiero improvvisamente sfociava in un tratto fresco pieno d0’ombra con alberi su in alto, e qui la luce era più intensa … e le ombre gigantesche delle nubi sul lago, e la tragica stradina, che si perdeva in lontananza serpeggiando … ma pareva ch’io avessi scorto l’antico meriggio di quel sentiero, dai sassi fra l’erba e distese di lupini, agli improvvisi ritorni al torrente scrosciante e i ponti di legno inondati e il verde sottomarino, c’era qualcosa di inesprimibilmente infranto nel mio cuore come se già in una vita precedente avessi percorso quel sentiero …questo è l’effetto che fanno i boschi, hanno sempre un aspetto familiare, da lungo perduto; come il volto di un parente da tempo defunto, come un antico sogno, come il frammento di una canzone dimenticata trasportata sull’acqua,, ma soprattutto come eternità dorate della trascorsa infanzia o della trascorsa maturità e tutto il vivere e il morire e il crepacuore che provammo milioni di anni fa e le nuvole che ci passano sul capo sembrano suffragare, con la loro stessa solitaria familiarità, queste sensazioni. L’estasi provai …”

(17) Don De Lillo

“… e l’aria secca del deserto conserva il metallo … ma la bellezza del deserto … è così vecchio e possente. Credo che ci faccia sentire, noi in quanto cultura, qualsiasi cultura tecnologica, ci faccia sentire minacciati, ci inciti a non lasciarci sopraffare. Suscita soggezione e terrore, capisce. Improduttivo per l’industria e il progresso eccetera, così usiamo questo posto per sperimentare le nostre armi. È solo logico, certo. E ci permette di dimostrare la nostra supremazia. Il deserto porta i segni visibili di tutte le detonazioni che abbiamo innescato. Tutti i crateri e i segnali di pericolo, le zone alle quali è interdetto l’accesso e i cippi di sepoltura, le località in cui sono sepolti i detriti.“

“A volte mi capita di vedere qualcosa di così emozionante che so di non dovermi attardare. Guardalo e vai. Se rimani troppo a lungo, esaurisci l’impatto indescrivibile. Amalo, credici e vattene … ascoltai le turboeliche risuonare nel vento, sentii il soffio dello scirocco caldo, e in effetti i miei occhi percorsero lentamente le file e mi sentii immerso nella natura allo stato brado, il feroce vigore del clima del deserto e quelle vecchie macchine da guerra così potentemente ripensate, la coerente bellezza di quello che K. aveva fatto, e una volta visto tutto capii che non mi sarei fermato un minuto di più.”

Ma non voglio dimenticare anche coloro i cui passi più stimolanti non ho avuto modo di evidenziare:

(18) Alfred Metreaux

(19) Allen Ginsberg

(20) Andrè Malraux

(21) Antonio Tabucchi

(22) Ariel Dorfman

(23) Bill Bryson

(24) Confucio

(25) Daniel Pennac

(26) David Morgan

(27) Dino Buzzati

(28) Edward Morgan Foster

(29) Ernst Hemingway

(30) Franz Kafka

(31) Gabriel Garcia Marquez

(32) Gino Strada

(33) Gunter Grass

(34) Guy de Maupassant

(35) Henry Miller

(36) Howard Zinn

(37) Isabelle Allende

(38) Italo Moretti

(39) Jack London

(40) James G. Ballard

(41) James Joyce

(42) John Krakauer

(43) John Womack J.

(44) Josè Saramago

(45) Joseph O'Connor

(46) Joseph Roth

(47) Konrad Lorenz

(48) Kurt Vonnegut

(49) Laurent Deshayes

(50) Luciano Bianciardi

(51) Luis Sepulveda

(52) Manuel Scorza

(53) Marguerite Yourcenar

(54) Mario Vargas Llosa

(55) Maruja Torres

(56) Miguel Littin

(57) Milan Kundera

(58) Nicholas Shakespeare

(59) Nikolaj Leksov

(60) Octavio Paz

(61) Ohran Pamuk

(62) Paco Ignacio Taibo I

(63) Paul Bowles

(64) Peter Hopkirk

(65) Pino Cacucci

(66) Richard Bach

(67) Richard Kipling

(68) Robert Byron

(69) Robert Marshall

(70) Sam Savage

(71) Theodore Monod

(72) Vikram Seith

(73) Varlam Salomov

(74) William Bourroghs

(75) William Shirer

(76) Robert McFarlane

(77) William Least Heat-Moon

… nei deserti non possono esserci le fate, ma soltanto gli spettri delle fate: spiriti severi ed eccessivi come il djinn oppure la tempesta del deserto … mentre camminavamo il cielo di mezzanotte sbiadì fino a diventare indaco e una fascia turchese incominciò a risplendere lungo l’orizzonte orientale, come l’interno di un palazzo turco … mentre figure ammantate procedevano nella direzione opposta, come personaggi del Vecchio Testamento che andavano e tornavano dagli inferi … ”questa terra t’invita a sognare, non a parlare”.

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